Giovannino Guareschi: cristiano, scrittore e uomo libero

Giovannino Guareschi: cristiano, scrittore e uomo libero

Tra le varie iniziative messe in piedi per ricordarlo nel 50° della morte, c’è una #mostra al #MeetingdiRimini (19-25 agosto). Giovannino #Guareschi. Route 77, il cuore della Via Emilia, rievocherà, a distanza di 77 anni, il lungo giro in bicicletta compiuto dal grande scrittore, non per svago, né per sport ma per trovare l’ispirazione per le proprie opere. Durante la sua pedalata, a cavallo tra le province piacentina e parmigiana, Guareschi individuò il luogo dove ambientare la sua nuova saga letteraria, che avrebbe preso il nome di Mondo piccolo, con protagonisti coloro che sarebbero diventati il prete e il comunista più celebri d’Italia: don Camillo e Peppone.

Se c’è un tratto distintivo dell’uomo e dell’intellettuale Guareschi è senz’altro il legame profondo con la propria terra e con una minimalità arcaica rurale che, in fondo, in Emilia, non è mai del tutto scomparsa. Di se stesso lo scrittore raccontava: “Conduco una vita molto semplice. Non mi piace viaggiare, non pratico nessuno sport, non credo nelle vitamine. In compenso credo in Dio”. Questo era il Guareschi-pensiero. Vivere di poco ma vivere sempre intensamente e con il morale alto. Lo sfondo dei suoi racconti, i suoi personaggi, gli intrecci delle sue storie trapelano sempre una semplicità che non è semplicioneria ma uno sguardo sincero su qualunque realtà. In Guareschi, la semplicità apre alla fede ma anche viceversa: la sua non è la fede dei teologi ma una fede popolare, appresa in una famiglia di modesta estrazione sociale, in una regione rurale ancora lontana dai fasti del boom economico.

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La grande attualità di Guareschi è anche nel binomio inscindibile tra fede e libertà. Passato alla storia come agguerrito anticomunista (Togliatti lo definì “l’uomo più stupido del mondo”) e monarchico, lo scrittore emiliano è tuttavia noto anche per essere finito in carcere sia in dittatura che in democrazia: arrestato dai nazisti nel 1943, si fece due anni di lager; successivamente, nel 1954, fu condannato a dodici mesi di reclusione per vilipendio nei confronti del presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi (nemmeno dopo il fascismo la satira aveva vita facile…).

Nell’ultima fase della sua vita, da uomo libero quale lui era, Guareschi prese le distanze da una nuova sottile e subdola forma di dittatura che stava prendendo forma: quell’edonismo consumista di cui, con lungimiranza, aveva intuito il potenziale distruttivo e anticristiano. Sempre negli anni ’60, Guareschi aveva individuato un nuovo “virus” nella teologia modernista post-conciliare che, nei suoi ultimi racconti, incarnò nel personaggio di don Cichì, giovane prete un po’ rampante, fan sfegatato delle nuove liturgie. È ancora in questi anni, che, di fronte ai turbolenti e controversi cambiamenti in atto nella Chiesa, Guareschi sottolineò la necessità di “salvare il seme”, ovvero la fede. Dopo le burrasche post-conciliari, “quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà – scrive –. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza”.