L’antirazzismo ideologico e la vera fratellanza

L’antirazzismo ideologico e la vera fratellanza
Foto: CC0 Pixabay

Dopo Dumbo, Peter Pan e Gli Aristogatti, a finire nel tritacarne è stato The Muppet Show. Ancora una volta, a fare da “Catone” è stata Disney+. L’accusa è sempre la stessa: istigazione al razzismo. Più che di censura, stavolta, si è trattato di una sorta di “bollino rosso”. In 18 episodi della popolare serie per l’infanzia, appare il seguente disclaimer: “Questo programma include rappresentazioni negative e/o trattamenti errati nei confronti di persone o culture”.

Stavolta i contenuti controversi non sono stati rimossi. È stato scelto di mantenerli e mostrarli in modo da “trarne insegnamento per stimolare il dialogo e creare insieme un futuro più inclusivo”. Le immagini incriminate apparse nella serie dei Muppets sono obiettivamente piuttosto blande. In un episodio appare la bandiera degli stati confederati durante la guerra civile (1861-65), associata allo schiavismo sudista e al suprematismo bianco. In un altro, l’attore Jonathan Winters imita un nativo americano, con tanto di piume in testa. (Da notare che il cinema hollywoodiano, da almeno una settantina d’anni, cavalca gli stereotipi dell’italiano mafioso o, nella migliore delle ipotesi, chiassoso, donnaiolo e “pittoresco” e nessun nostro connazionale si è mai indignato, chiedendo ritocchi alle pellicole).

Al di là dell’effettivo contenuto discriminatorio di tali episodi, si presume che tutte le simbologie rappresentate nelle serie televisive per bambini, possano essere illustrate e spiegate benissimo dai genitori. Invece, evidentemente, si dà per scontato che, nella visione di questi programmi televisivi, gli adulti siano assenti e che, in questo contesto, il ruolo educativo e orientativo dei più piccoli debba essere svolto da soggetti estranei.

L’ossessione per il razzismo che arriva dall’America, tuttavia, è ben lungi dal riguardare soltanto contenuti rivolti a un pubblico infantile. L’episodio più surreale ha coinvolto il canale Agadmator, dedicato agli appassionati degli scacchi. La scorsa settimana, il canale è stato sospeso per 24 ore da YouTube [https://tg24.sky.it/tecnologia/2021/02/23/video-scacchi-razzismo] per una pura questione di algoritmi: l’espressione “il bianco attacca il nero”, riferito alle pedine sulla scacchiera, è stato equivocato dall’intelligenza artificiale come un’espressione razzista…

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Notizie come quelle appena riportate sono bazzecole a confronto con quanto avvenuto alla Coca-Cola. La multinazionale di Atlanta ha promosso corsi di formazione per i dipendenti, con la finalità di combattere gli stereotipi razziali. Il messaggio è choc. “Sii meno bianco”, raccomandano le slide del corso. La pelle bianca e l’appartenenza all’etnia euro-caucasica sono identificati come una sorta di “privilegio” e con la prepotenza esercitata nei secoli nei confronti di altre razze, in primis quella nera. Essere “meno bianchi”, secondo gli estensori del bizzarro corso, significherebbe essere, di default, “meno arroganti”, “meno sicuri di sé” (ma allora, la mancanza d’autostima sarebbe una virtù?) e “più umili”.

Ispiratore del corso della Coca-Cola è il saggio White Fragility di Robin DiAngelo. Quest’ultima – italoamericana e bianca – grazie ai suoi scritti, è diventata uno degli intellettuali di riferimento per Black Lives Matter e per tutti i movimenti legati alla cancel culture. Gli stessi, per intenderci, che la scorsa estate, in America e altrove, bruciavano chiese e abbattevano statue di santi. Il cristianesimo, argomentano questi ineffabili paladini dell’antirazzismo, è stato diffuso nel mondo dalle varie potenze coloniali, quindi, ipso facto è da condannare alla damnatio memoriae.

Chi crede che con la Coca-Cola si sia raggiunto l’apice della follia, ha assolutamente torto. Sempre in America, c’è ritiene che la matematica sia usata “per sostenere visioni capitaliste, imperialiste e razziste”. Persino una scienza esatta può trasformarsi in un’opinione…

Questo modo stravagante di combattere le discriminazioni è viziato da due perniciose pretese: la prima è quella di livellare tutte le culture, distruggendone tutte quelle specificità che agli occhi di taluni potrebbero sembrare “divisive”. La seconda pretesa sta nella colpevolizzazione di una cultura percepita come dominante e arrogante. Un vero e proprio “razzismo al contrario”, in cui un obiettivo giusto, come quello della pace e della concordia tra le etnie, viene perseguito con mezzi sbagliati: il vittimismo, il rancore, il desiderio di rivalsa, l’instillazione di un ingiustificato senso di colpa. Al netto delle più o meno grandi colpe della civiltà “bianca”, si butta via il bambino assieme all’acqua sporca.

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In questa settimana di follie politicamente corrette, che ormai si susseguono in quantità sempre più impressionante, ha però fatto irruzione un evento che richiama bruscamente alla realtà. Un fatto tragico, che lascia una ferita ma è ben noto che le ferite spesso diventano feritoie, dalle quali filtra una luce di speranza. Più delle parole e di tante spiegazioni, parla una foto. Ci riferiamo alla drammatica immagine dell’ambasciatore Luca Attanasio agonizzante, poco dopo l’agguato mortale tesogli nella Repubblica Democratica del Congo. Quella foto, ben presto ritirata per ragioni di decoro e di privacy, è però emblematica: tre congolesi soccorrono e reggono tra le braccia il giovane diplomatico, nel disperato tentativo di rianimarlo.

Attanasio è stato un uomo di pace che ha dato la vita per un popolo meno fortunato del suo. Non un profilo freddamente “istituzionale” ma una persona dalla forte carica umana e calata nella realtà del suo tempo. Un buon samaritano, sempre pronto a chinarsi verso gli ultimi, a fare il bene senza darlo a vedere. Un uomo del dialogo, che non aveva rinnegato la sua fede (aveva sposato un’africana musulmana, da cui aveva avuto tre figli ed entrambi erano profondamente rispettosi del credo dell’altro). I veri uomini di pace sono quelli scomodi, sono quelli che danno la vita e non cercano la gloria. Luca Attanasio è accomunato, nel profilo e nel destino, a Vittorio Iacovacci e a Mustapha Milambo. Carabiniere italiano il primo, autista congolese il secondo. Splendide amicizie interraziali e interculturali, spezzate dall’odio e dal pregiudizio. La vera fratellanza non si nutre dei precetti ideologici astratti propinati da Coca-Cola, Disney o YouTube ma cammina lungo i sentieri impervi della dura vita vissuta. Un cammino che, alla fine, porta frutti imprevedibili, com’è avvenuto con il cammino di Gesù al Calvario. A un mese dalla Settimana Santa, gioverà ricordarlo.

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