Özpetek, l’omogenitorialità e i dubbi degli intellettuali laici

Özpetek, l’omogenitorialità e i dubbi degli intellettuali laici

In un’altra intervista, il regista ha sottolineato: “Avrei voluto un figlio con Simone ma la natura lo impedisce. E non volevo mettere in mezzo nessun altro o far crescere un bambino senza madre”. La posizione del regista sull’argomento è molto traballante e contraddittoria, tanto è vero che, poco dopo, dichiara di non avere nulla contro l’utero in affitto, pur insistendo sulla necessità di non “togliere di mezzo la figura femminile”, in quanto “colonna portante della vita e della crescita”.

Affermazioni di cui si stenta a cogliere una coerenza logica, nella misura in cui è risaputo che la stragrande maggioranza dei ricorsi alla pratica dell’utero in affitto avvengono da parte di coppie omosessuali maschili. E in ogni caso, perché, se Özpetek ha espresso scetticismo sull’omogenitorialità, nel suo ultimo film – sia pure in modo cauto – l’ha sdoganata? Questa scarsa linearità di pensiero non deve meravigliarci. Il mondo del cinema, della letteratura e delle arti contemporanee è profondamente pervaso da un caos valoriale e da una sostanziale irrazionalità, per cui i dubbi hanno quasi sempre la prevalenza rispetto alle certezze. I registi, gli attori o gli scrittori d’oggi sono espressione di un “pensiero debole”, in forza del quale è difficile elaborare un’etica solida, né in un senso, né nell’altro. Al tempo stesso, se dotati di un minimo di onestà intellettuale, essi non possono non tenere conto della realtà che ispira i loro stessi film e romanzi. Una realtà che, talora, per ogni tre passi avanti, impone un passo indietro rispetto alle proprie convinzioni ideologiche. Diverso è il caso degli ideologi propriamente detti, ovvero delle lobby che impongono i più aberranti stravolgimenti antropologici, in nome di nuovi dogmi e della convinzione giacobineggiante per cui ogni cambiamento sociale o dei costumi è sempre buono ed auspicabile, mentre ogni credenza di tipo tradizionale o conservatrice è disumanizzante e sempre da deprecare.

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Gli intellettuali come Özpetek, da un lato fiancheggiano le élite iconoclaste, dall’altro sono espressione di tutti i dubbi dell’uomo post-moderno che, mettendo in discussione qualunque principio, finiscono col fare vacillare anche i pilastri etici delle comunità progressiste di cui loro stessi fanno parte. Se il relativismo diventa assoluto, siamo di fronte ad una contraddizione in termini. Sono paradossi che non dovrebbero sfuggire a un cristiano non relativista e desideroso, nonostante le ambiguità della Chiesa oggi, di fare controcultura e porsi come “segno di contraddizione”. Il Vangelo, del resto, afferma: “Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno?” (Lc 11,18-19). Smettiamola dunque con i complessi di inferiorità verso il pensiero dominante e iniziamo ad avvicinarci agli “intellettuali dubbiosi”, senza arroganza né velleità di proselitismo ma animati dal desiderio di una Verità che nessuno possiede veramente, perché è lei a possedere noi per prima…