Papa Francesco: la vecchiaia frutto della giovinezza

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Sappiamo bene che ordinariamente nella vita non accadono i miracoli di cambiamenti bruschi e improvvisi. Ma le scelte che man mano si compiono, sin dalla giovinezza, formano la persona e fruttificano poi nella tarda età. Nell’udienza odierna il Papa ci ricorda questa dinamica, servendosi di un’altra ancora figura biblica. 

Giuditta, la protagonista di un libro veterotestamentario, la conosciamo come eroina. E’ una giovane e virtuosa vedova giudea che con il suo modo furbo di agire, è capace di sgozzare il dittatore che era contro il Paese. Era coraggiosa, questa donna, ma aveva fede. Al sopraggiungere della vecchiaia, il suo eroismo non è soltanto quello dei grandi eventi che cadono sotto i riflettori, per esempio quello di Giuditta di avere ucciso il dittatore: ma spesso l’eroismo si trova nella tenacia dell’amore riversato in una famiglia difficile e a favore di una comunità minacciata. 

Possiamo dire che lei abbia vissuto una “pensione felice”. La prospettiva della pensione – osserva il Papa – coincide per molti con quella di un meritato e desiderato riposo da attività impegnative e faticose. Ma accade anche che la fine del lavoro rappresenti una fonte di preoccupazione e sia atteso con qualche trepidazione: “Che farò adesso che la mia vita si svuoterà di ciò che l’ha riempita per tanto tempo?”

L’uomo ha sempre bisogno di dare un significato profondo alla propria esistenza, indipendentemente dall’età. Certo, c’è l’impegno, gioioso e faticoso, di accudire i nipoti, e oggi i nonni hanno un ruolo molto grande in famiglia per aiutare a crescere i nipoti; ma sappiamo che oggi di figli ne nascono sempre meno, e i genitori sono spesso più distanti, più soggetti a spostamenti, con situazioni di lavoro e di abitazione non favorevoli (…) Ci sono nuove esigenze, anche nell’ambito delle relazioni educative e parentali, che ci chiedono di rimodellare la tradizionale alleanza fra le generazioni. 

Quest’ultima è una non indifferente sfida, come ci ricorda spesso il Santo Padre, durante le sue catechesi sull’anzianità. Ma, ci domandiamo: noi facciamo questo sforzo di “rimodellamento”? Oppure subiamo semplicemente l’inerzia delle condizioni materiali ed economiche? La compresenza delle generazioni, di fatto, si allunga. Cerchiamo, tutti insieme, di renderle più umane, più affettuose, più giuste, nelle nuove condizioni delle società moderne? 

Vivere una stagione di pienezza e di serenità, nella consapevolezza di avere vissuto fino in fondo la missione che il Signore le aveva affidato – è il caso di Giuditta. Per lei è il tempo di lasciare l’eredità buona della saggezza, della tenerezza, dei doni per la famiglia e la comunità: un’eredità di bene e non soltanto di beni. Quando si pensa all’eredità, alle volte pensiamo ai beni, e non al bene che si è fatto nella vecchiaia e che è stato seminato, quel bene che è la migliore eredità che noi possiamo lasciare.

Giuditta da giovane si era conquistata la stima della comunità con il suo coraggio. Da anziana, la meritò per la tenerezza con cui ne arricchì la libertà e gli affetti. Giuditta non è una pensionata che vive malinconicamente il suo vuoto: è un’anziana appassionata che riempie di doni il tempo che Dio le dona. Resta un esempio per tutti: ci lascia l’eredità non dei soldi, ma l’eredità della saggezza, seminata nei loro nipoti.

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