Quella fede che salva: dalle tenebre alla luce

La testimonianza di Elisa Pallotta: morire per poi rinascere a vita nuova.

La mia testimonianza non è certo una testimonianza di fede così placidamente comune. Sono una ragazza di 28 anni, giornalista, che scrive per Cristiani Today ed altri giornali online e cartacei. Ma non sarà di questo che parlerò: pur avendolo voluto molto, non sono ancora riuscita a portare in opere ciò che il Signore mi ha messo nel cuore come avrei voluto, per alcuni motivi che spiegherò. Ma più che i miei successi o i miei fallimenti, vorrei parlare di come Dio è stato presente nella mia vita, di come la sua bellezza conosciuta da bambina mi ha salvato e da come mi ha guidato in un momento buio della mia vita.

In questa intervista di Rita Sberna, vi racconterò un po’ di me.

Qual è stato il tuo percorso di fede e il rapporto con Gesù?

La mia storia di fede comincia fin da quando ero piccola. I miei seguivano un cammino di conversione e sono sempre stata abituata a sentir parlare di Gesù. Da piccoli si è più candidi e a cuore aperto, così Gesù vi ha fatto subito breccia; ma la Parola di Gesù, ci insegna il Vangelo, non può crescere in un cuore che non ha radici in sé stesso, e quindi avrei dovuto trovare me stessa, ma attraverso la sofferenza.

Arriva prima un periodo di ateismo e forte critica per la religione, poi una delusione amorosa che mi mette di fronte una debolezza che non avevo mai sperimentato, così mi ricordo di Gesù e mi metto di nuovo a cercarlo, e finalmente lo ritrovo. Lo ritrovo in maniera più profonda ma sicuramente anche stavolta Gesù non trova il mio cuore pronto per accoglierlo: ci sono delle resistenze, ci sono delle paure.

Poi subentra la mia malattia: non ne parlerò specificatamente ma fu qualcosa di grandemente invalidante. Ed è qui che la fede gioca il suo ruolo fondamentale, è qui che Gesù mi accompagna come unica ancora di salvezza e anche come struggente desiderio di felicità, cosa che sembrava tanto difficile, ormai quasi impossibile da raggiungere.

Leggi di più:  Don Fabio Rosini e il cancro: “un evento che mi ha cambiato la vita”

Cosa ha voluto dire per te la tua malattia e il tuo periodo buio?

Questa malattia mi aveva fatto perdere la speranza della felicità. Quindi dell’amore, e in un certo senso, di Dio. Per qualche motivo, scontrandomi con il dolore era nato in me un senso di ribellione e di grande sconforto: Dio mi aveva punito per qualche ragione. Forse avevo fatto qualcosa di tanto grave, forse Dio “non mi aveva perdonato” e “mi aveva punito”.

A nulla valsero le rassicurazioni di sacerdoti, persona care e di fede che mi dicevano di stare tranquilla, io mi sentivo totalmente abbandonata da Dio. Mi sentivo, come scrive suor Faustina nel suo Diario, come se tutti i dolori fossero un “nulla in confronto alla sensazione in cui (l’anima) è completamente immersa, cioè il rigetto da parte di Dio. […] Alza gli occhi al cielo, ma sa che non è per lei; tutto, per lei, è perduto. Dalle tenebre cade in tenebre ancora più fitte. Le sembra di aver perduto Dio per sempre, quel Dio che amava tanto “ (La Misericordia di Dio nella mia anima – Suor Faustina Kowalska)

Cosa è che ti dava più forza in tutto questo?

L’unica cosa in cui trovai conforto, tra la malattia e questa immensa tristezza, questo terribile dubbio che mi avvolgeva, oltre a tutti gli aspetti diversi di me e di una malattia che sembra ricordarti che come tutto era prima non ci sarebbe tornato, era la fede. Una fiducia cieca, bambina, che mi faceva credere sempre che Lui fosse buono e che tutto ciò che lui faceva era giusto, e che io quindi dovevo solo sperare che per me ci sarebbe stata la sua benedizione, che dopo qualche anno ricominciai a chiedergli. Una fiducia fiaccata sotto certi aspetti, che non riusciva a credere che io meritassi il suo amore, ma che mi ha permesso di non voltare le spalle a quel Dio che per me era stato tutto.

Leggi di più:  Daniela Poggi ci racconta la sua fede

Chi è per te Dio e come si manifestò in quel momento particolare?

Dio per me era ed è tutto, un Padre, una Madre, il mio orizzonte, il mio cielo, il mio fine e il mio senso. Pensare di averlo perso fu più doloroso di qualsiasi altro dolore.

Così un giorno successe qualcosa, qualcosa che mi dette la testimonianza concreta della Sua presenza: mentre ero in giardino con mia sorella, in preda alla tristezza, sentii un forte profumo di incenso. Incenso di Chiesa, in maniera inspiegabile. Corsi da lei piena di gioia a riferirle questa cosa e lei mi disse, senza che io sospettassi niente perché lei stava prendendo il sole. Mi disse: “Stavo pregando per te. Ho chiesto a Dio che ti desse un segno”. Mi sentii piena di gioia e di consolazione e capii che il Signore in qualche modo si era voluto fare presente e che aveva ascoltato quella preghiera fatta col cuore.

Da quel periodo in cui Dio sembrava aver ricominciato a mostrarmi il suo volto è iniziato un percorso di rinascita, ma non è stato facile perché la malattia non accennava ad andarsene e il suo essersi manifestata era per me come un segno di qualcosa che avevo sbagliato, per cui mi fossi meritata tutto quel dolore.

Secondo te qual è il senso di tutto quello che è successo e perché è successo?

Avere questo tipo di dubbi spirituali vuol dire cadere negli “scrupoli”, e probabilmente ero troppo debole per vedere al di là di un orizzonte che non potevo cogliere se non appunto fidandomi ciecamente del fatto che Dio non ce l’avesse con me. Che Dio c’era io ne ero certa, io, soltanto, non credevo più di meritarlo, di meritare la sua Misericordia. Dovevo aver fatto qualcosa, che io non sapevo ben spiegarmi, per cui mi era accaduto tutto ciò. Mi fidavo però della Sua bontà e che in qualche modo un giorno avrei capito, che qualcosa sarebbe successo, che mi avrebbe ascoltato.

Leggi di più:  “Al Family Day per difendere la famiglia” Intervista al PortaVoce Massimo Gandolfini

Da questo ho imparato cosa voglia dire la Croce: qualcosa che non ti aspetti, che ti schiaccia, che ti fa cadere più volte sotto il suo peso, ma durante tutto il percorso Gesù la porta con noi, e se ci fidiamo di Lui può diventare un “giogo soave”!

Ad oggi posso dire che in tutto il dolore relativo alla malattia e a questo sconforto interiore, ben più doloroso della malattia, la fede è stata l’unica ancora di salvezza, davanti ad una croce che sì, può scandalizzare, può farti cadere, può piegarti sotto il suo peso, ma non potrà mai annientarti se anche nel dolore guarderai al Crocifisso che ha portato tutte le tue sofferenze.

E a distanza di tanto tempo? Quali sono le tue conclusioni?

Questo momento, dopo tanti anni, è un momento di grazia. Nonostante il calvario medico e spirituale, dentro di me c’è sempre stata una cosa in cui non ho mai smesso di credere: la bellezza di Gesù. Gesù mi aveva conquistata già da bambina, poi di nuovo da più grande, con la sua bellezza e la bellezza del suo messaggio, e quella dolcezza misteriosa della sua Presenza che sperimenti solo quando lo ascolti e gli apri il cuore. Il resto lo fa Lui e lascia una scintilla della sua presenza che non se ne andrà mai, nemmeno quando sembrerà tutto buio intorno, perché “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”.