Rosario Livatino: un martire moderno che ha ispirato i papi

Rosario Livatino

Nemmeno nel contesto della comunione dei santi i numeri sono dei dettagli. La beatificazione di Rosario Livatino (1952-1990), ad esempio, si terrà domani, domenica 9 maggio 2021, nel 28° anniversario dello storico discorso di San Giovanni Paolo II contro la mafia. La bellezza dei santi è proprio questa: nessuno di loro sale mai in cattedra, ma ognuno di loro è fonte di ispirazione per gli altri santi. E Livatino, senza tema di smentita, lo è stato per gli ultimi tre papi.

La storia del “giudice ragazzino” assassinato dai sicari della Stidda agrigentina è emblematica sia dal punto di vista civile che religioso. Negli ultimi 40-45 anni, abbiamo avuto eroi antimafia di ispirazione sia cattolica che laica. Indipendentemente dalla fede religiosa o meno dei tanti servitori dello Stato che versato il sangue per la giustizia e per la legalità, è impossibile non intravedere nelle loro vicende, un afflato sovrannaturale. Che si parli di Peppino Impastato (1948-1978), di Boris Giuliano (1930-1979), di Piersanti Mattarella (1935-1980), di Carlo Alberto Dalla Chiesa (1920-1982), di Rocco Chinnici (1925-1982), di Giovanni Falcone (1938-1992), di Paolo Borsellino (1940-1992) o di don Pino Puglisi (1937-1993), troviamo sempre un denominatore comune: il coraggio, l’umiltà, la discrezione, lo spirito di sacrificio e la disponibilità al martirio. Tutte virtù umane rilevabili in chiunque, illuminate, però, in modo speciale dal Vangelo.

Da questo punto di vista, la vita di Rosario Livatino è paradigmatica, proprio perché ispirata in ogni suo momento dall’Eucaristia e dalla Scrittura. Livatino viene definito martire e assume questa connotazione sia in vita che in morte. I malavitosi locali, del resto, lo irridevano con l’epiteto di “santocchio”. Un giudice che non scende a compromessi con il potere è già di per sé eroico. Se però questo giudice, per giunta, rinuncia anche a qualcosa che gli spetterebbe di diritto, come la scorta, siamo di fronte ad una scelta che, forse, va oltre i puri criteri umani.

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È forse per questo che Livatino ha fortemente affascinato e ispirato i papi. Secondo la ricostruzione fatta dal fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, San Giovanni Paolo II fu segnato profondamente dal breve incontro con i genitori del giudice, assassinato poco meno di tre anni prima. Il 9 maggio 1993, poco prima di recarsi alla Valle dei Templi, dove avrebbe pronunciato uno dei suoi discorsi più celebri, Wojtyla fu ricevuto a casa di Vittorio e Rosalia Livatino. Il padre del magistrato tirò fuori il diario del figlio, in cui spiccava una frase divenuta celeberrima: “Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”. Fu in quell’occasione che il Papa, ventotto anni prima della beatificazione, definì Livatino “martire della giustizia ed indirettamente della fede”. Sensibilmente motivato da quell’incontro, poco dopo il pontefice polacco pronunciò la sua indimenticabile invettiva contro la mafia: “Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio”. Parole a braccio, assolutamente non previste nel discorso inizialmente programmato.

Anche Benedetto XVI fu molto colpito dalla figura di Rosario Livatino. Durante la sua visita a Palermo, il 3 ottobre 2010, Ratzinger indicò ai giovani siciliani l’esempio del magistrato e di don Puglisi. “Spesso la loro azione non fa notizia, perché il male fa più rumore, ma sono la forza, il futuro della Sicilia”, disse in quell’occasione a Piazza Politeama.

Francesco, poi, è il papa che più di ogni altro ha improntato il proprio pontificato su temi come la legalità e lo sviluppo di una cultura alternativa alle mafie. Ricevendo in Sala Clementina i membri del Centro Studi “Rosario Livatino”, il 29 novembre 2019, Bergoglio ha tracciato il profilo del futuro beato, elogiandone “la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro” e “l’attualità delle sue riflessioni”.

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In quell’occasione, il Papa colse un aspetto inedito di Livatino, il quale, con larghissimo anticipo sui tempi e con impressionante lungimiranza, aveva intuito i pericoli dell’eutanasia. Nel 1986, a un convegno di giuristi, il giovane magistrato siciliano aveva ricordato che la sacralità della vita umana è un principio credibile sia sotto un profilo religioso che laico: essa, infatti, è un “dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere”. Al tempo stesso, aggiungeva Livatino, anche un non credente può affermare “che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni ‘indisponibili’, che né i singoli né la collettività possono aggredire”.

Nella stessa occasione, il Pontefice ha rievocato un’altra stupenda affermazione di Livatino, quando parlava della difficoltà della scelta di un magistrato, davanti alla manifestazione di un giudizio. È nel suo rapporto con Dio, spiegava Livatino, che il giudice può rapportarsi con amore verso la “persona giudicata”. Un compito che – proseguiva – “sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione”. Parole che Rosario Livatino incarnò concretamente nella sua vita di magistrato, lasciando “a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi”, ha commentato il Santo Padre.

L’eredità che Rosario Livatino lascia alle generazioni future è incalcolabile. Sul nuovo beato molto è stato detto e scritto, pertanto risulta molto difficile trovare nuove parole che non siano retoriche. L’eredità più grande che Livatino ci trasmette è comunque sintetizzabile in un principio antico e sempre attuale: le “cose grandi” non potranno mai essere frutto delle nostre ambizioni umane ma nascono esclusivamente dal progetto di Dio per noi, che l’uomo può scoprire solamente passo dopo passo, nella piena disponibilità a sacrificare tutto, a partire dalla propria vita.

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