USA: dopo 60 anni un presidente cattolico. Ma è davvero una buona notizia?

Joe Biden
Foto: Gage Skidmore - Flickr (https://www.flickr.com/photos/[email protected]/49536511763)

Pacato, misurato, sorridente, riservato, l’uomo della porta accanto, di umili origini, con un vissuto di dolori e difficoltà affrontati sempre con grande tenacia. Con questo profilo, gran parte della stampa mondiale ha accolto l’elezione di Joe Biden a 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Una vittoria, a onor del vero, non ancora ufficiale a livello di numeri ma che la maggior parte dei media ha proclamato, allorché, secondo le proiezioni, l’ex senatore del Delaware ed ex vicepresidente avrebbe tagliato il fatidico traguardo dei 270 voti elettorali, consacrandosi ufficiosamente come “projected winner” di queste incredibili e rocambolesche elezioni americane. Al netto delle accuse di brogli e del ricorso alle vie legali minacciato dal presidente uscente Donald Trump, con tanto di riconteggio delle schede negli stati chiave, dovrebbe essere il candidato democratico a prendere il timone della Casa Bianca, il prossimo 20 gennaio, diventando, all’età di 78 anni, il presidente più anziano nella storia statunitense. Ma chi è realmente Joe Biden? Quali programmi intende realizzare? Cosa cambierà per l’America e per il mondo? È bene approcciarci al personaggio, senza pregiudizi, né condizionamenti mediatici o ideologici.

L’uomo dietro al politico. 60 anni dopo la storica elezione di John Fitzgerald Kennedy, è la seconda volta che un cattolico conquista lo scranno più alto della Casa Bianca. Gran parte della stampa cattolica ha salutato con entusiasmo questo evento, sottolineando l’attitudine alla moderazione di Biden, la sua empatia, la propensione a mediare i conflitti, a unire anziché dividere, in contrapposizione con l’irruenza e l’egocentrismo del suo predecessore Trump. Va preso atto che Biden non è un cattolico “anagrafico”: va regolarmente a messa, prega il rosario e in tante occasioni ha sottolineato pubblicamente quanto la fede lo abbia aiutato nei suoi momenti più bui, dalla morte della prima moglie e della figlia in un incidente stradale nel 1972, a quella del figlio Beau, per un tumore al cervello, nel 2015, passando per l’ictus che vanificò il suo primo tentativo di corsa alla Casa Bianca nel 1988.

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Quei voltafaccia sull’aborto. Molti cattolici non perdonano a Joe Biden di aver completamente ceduto sui valori non negoziabili. In effetti, durante i suoi 26 anni da senatore, Biden aveva quasi sempre votato misure a favore di diritti nel nascituro, compresa la messa al bando dell’aborto a nascita parziale. A partire dal suo primo mandato da vicepresidente, tuttavia, Biden ha fatto improvvisamente “conversione a U”, adeguandosi pedissequamente all’agenda liberal di Obama. Anche da candidato presidente, ha promesso una serie di misure inaccettabili per qualunque pro life: il ripristino dei fondi federali per le organizzazioni che promuovono l’aborto; l’imposizione della copertura assicurativa per aborto e contraccezione a beneficio dei dipendenti per tutte le imprese e onlus, compresi gli ordini religiosi e gli ospedali cattolici che vedranno così negato il loro diritto all’obiezione di coscienza; l’estensione della facoltà di abortire fino al nono mese, sulla scia delle posizioni ancor più pro choice della vicepresidente Kamala Harris. Sul fronte gender, poi, Biden non si limita ad appoggiare apertamente il matrimonio e le adozioni omosessuali, ma si è detto favorevole al cambio di sesso anche per i minori e alla presenza di transessuali nell’esercito.

Candidato delle élite, non del popolo. In tante occasioni, durante la campagna elettorale, Joe Biden ha dichiarato di avere a cuore gli americani poveri, ha promesso di aumentare le tasse per i più ricchi e di alzare i salari minimi da 7,5 dollari a 15 dollari all’ora. Ha anche annunciato un’epocale riforma dell’intero sistema produttivo all’insegna della green economy, che, però, nel medio-breve periodo si tradurrebbe quasi certamente nella chiusura forzata di numerose aziende non in linea con i nuovi parametri ecologici: un’operazione particolarmente rischiosa e suscettibile di un forte malcontento nella classe operaia e tra i piccoli imprenditori. Fa molto riflettere, oltretutto, un’analisi condotta da Bloomberg, secondo la quale il candidato democratico è stato massicciamente finanziato dai principali colossi dell’industria e della finanza americana, oltre che dalle più prestigiose università d’oltreoceano (Harvard, John Hopkins, Columbia, Stanford, Pittsburgh, Yale). Medialmente, almeno l’80-85% dei dirigenti e dipendenti di multinazionali come Oracle, Disney, Johnson&Johnson, IBM, Starbucks e KPMG hanno effettuato donazioni a favore della campagna di Biden, mentre solo il 15-20% degli stessi ha finanziato Trump. Percentuali simili si riscontrano anche per colossi dell’informatica come Amazon e Microsoft, salendo al 97% per Google e Facebook. Al contrario, sono le fasce economicamente medio-basse della popolazione americana che hanno finanziato la campagna di Donald Trump: meccanici (79%), madri casalinghe (84%), elettricisti (73%), autisti (64%), operai edili (75%), disabili (93%). Si è quindi radicalmente rovesciata la tendenza, regolare e consolidata fino a pochi anni fa, secondo cui i poveri votavano democratico e i ricchi repubblicano.

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I curiosi dati elettorali delle minoranze etniche. Negli USA, gli afroamericani, gli ispanici, gli asiatici e tutti i “non white” tradizionalmente conferiscono il loro voto in larga maggioranza per il Partito Democratico. Già in occasione delle presidenziali del 2016, la narrazione dominante parlava di un Donald Trump che aveva polarizzato il voto dal punto di vista etnico, raccogliendo quasi esclusivamente il voto dei bianchi e dei wasp (quindi dei più ricchi). A più riprese tacciato di razzismo e suprematismo, Trump è invece riuscito ad accrescere i suoi consensi tra le minoranze, grazie anche agli straordinari risultati in fatto di economia e di occupazione, smorzati in parte soltanto dalla crisi pandemica. Sebbene Biden abbia confermato il primato dem presso questi gruppi elettorali, Trump è riuscito a conquistare i voti del 12% dei neri (+4% rispetto al 2016), del 32% degli ispanici (+3% rispetto al 2016) e del 31% degli asiatici (+2% rispetto al 2016). Anche questo è un segno dei tempi?

Pacifico… ma non pacifista. Di Joe Biden sono noti i rapporti d’affari privilegiati con l’Ucraina, che hanno messo nei guai il figlio Hunter, e con la Cina. In politica estera, Biden ha spesso mantenuto relazioni ambigue con governi dalla dubbia trasparenza, quando non apertamente dittatoriali. Se negli affari interni il presidente eletto ha sempre avuto la fama di “colomba”, cercando costantemente la mediazione e il compromesso, in ambito geopolitico si è spesso rivelato un “falco”, votando a favore di tutti i più importanti interventi militari degli ultimi trent’anni, dal Kosovo all’Iraq. È significativo che tra i capi di stato che si sono affrettati a recapitargli il messaggio di congratulazioni, figuri il presidente turco Recep Erdoğan ma non il russo Vladimir Putin. Biden non ha mai nascosto di non vedere di buon occhio il ruolo della Russia nello scacchiere internazionale. Nuova guerra fredda e nuovi conflitti alle porte? Speriamo proprio di no…

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