Luca e Laura Russo sono una coppia appartenente alla Comunità Papa Giovanni XXIII che ha scelto di vivere una forma radicale di accoglienza, trasformando il proprio matrimonio in una vera e propria “famiglia allargata” fondata sulla cultura della cura. Oltre ai loro due figli naturali, negli anni hanno accolto nella loro casa famiglia una decina di bambini e ragazzi, molti dei quali con disabilità gravissime o provenienti da situazioni di abbandono.

Fin da giovanissimi, entrambi sentivano il desiderio di una vita piena di significato. Gli incontri con persone fragili li avevano segnati profondamente, mostrando loro che proprio nella debolezza altrui trovavano la pienezza che cercavano. Da qui la decisione di dedicarsi totalmente agli ultimi, vivendo 24 ore su 24 accanto a chi nessuno voleva.

Tra le storie più toccanti c’è quella di Agnese, neonata abbandonata in ospedale e affetta da una patologia gravissima: non vede, non parla, non cammina, non mangia autonomamente ed è in stato vegetativo, nutrita tramite PEG. I medici avevano previsto per lei una vita brevissima, definendola una “bambina a timer”. Luca e Laura, dopo aver condiviso la scelta con tutta la famiglia, l’hanno accolta e adottata, amandola così com’è, senza desiderare che fosse diversa. Agnese dipende totalmente da loro, ma per la coppia questa dipendenza è parte della sua bellezza e della sua dignità.

Nella loro casa vive anche un ex detenuto che, dopo un percorso di reinserimento, ha scelto di restare con loro come volontario. Luca racconta che spesso sono stati proprio i bambini più fragili — come Agnese o altri piccoli poi saliti al cielo — a trasformare il cuore di persone segnate da errori e sofferenze, restituendo loro dignità e senso di appartenenza.

La loro storia d’amore nasce proprio all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII: si incontrano durante esperienze di servizio, si ritrovano “per caso” un anno dopo e comprendono che quel cammino di condivisione con gli ultimi era il sogno comune da vivere insieme per tutta la vita.

Luca e Laura parlano spesso della differenza tra cultura dello scarto e cultura della cura. La prima nasce dall’individualismo e porta a considerare inutili le vite fragili; la seconda, invece, riconosce che la persona esiste “verso l’altro” e che proprio nella fragilità si gioca la credibilità dell’umanità. Per loro, ogni vita — anche la più compromessa — è sempre curabile e sempre amabile.

Tra le tante testimonianze, ricordano quella di Giuseppino, un bambino con idrocefalo rimasto quattro anni in ospedale senza una famiglia. Non vedeva, non sentiva, non parlava, non respirava da solo. Eppure, per Luca e Laura, la sua vita era una meraviglia: un pellegrinaggio quotidiano, un luogo di contemplazione. Anche nelle notti più difficili, sentivano di trovarsi “vicino al respiro di Dio”.

La loro esperienza, raccontata anche nel libro “Quanta bellezza. Elogio dei corpi fragili e cultura della cura”, è una testimonianza luminosa di come la fragilità possa diventare un dono e di come l’amore, quando si fa servizio, generi una comunità capace di restituire dignità a tutti.