Dalla Francia all’Italia: lo spettro dell’eutanasia si aggira per l’Europa

Ospedale eutanasia
Ospedale eutanasia

Un mese e mezzo fa, avevamo accolto con gioia la notizia della sospensione dei procedimenti eutanasici su #VincentLambert. Il fatto ci aveva riempito di speranza, pur nella consapevolezza che si era vinta una battaglia vinta, non certo una guerra. Coi piedi ben piantati per terra, avevamo dunque seguito l’evolversi della vicenda, che, sciaguratamente, non ha avuto un lieto fine. Lo scorso 28 giugno, la Corte di Cassazione francese ha ribaltato il verdetto dello scorso maggio e Vincent, nonostante gli appelli della madre Viviane all’ONU, è stato crudelmente privato di alimentazione e cibo a partire dal 2 luglio, prima di spegnersi tra atroci sofferenze, la mattina dell’11 luglio.

Una nuova vittima della cultura della morte si va tristemente ad aggiungere alla lista dei casi che hanno diviso l’opinione pubblica negli ultimi 10-15 anni: Terry Schiavo negli USA, Eluana Englaro in Italia, Charlie Gard e Alfie Evans in Inghilterra. In molti hanno notato la coincidenza della morte (per meglio dire dell’uccisione…) del 42enne di Reims con la festa di San Benedetto, patrono d’Europa. Un segno che, provvidenzialmente parlando, ci appare un monito rispetto alla tragica piega storica che sta prendendo l’Europa stessa: non più una madre che accoglie e nutre i suoi figli ma che li respinge, li divora, come l’orrorifico Saturno di Goya*.

Proprio in Francia, patria della liberté, egalité e fraternité, è andata in scena una tragica nemesi orwelliana: tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge ma alcuni sono “più uguali” degli altri. Dove è stato tradito il principio di uguaglianza? Nel diritto alla vita. Il malato grave, il paziente terminale, il disabile non autosufficiente non sono ritenuti meritevoli di tutela e cure, al punto che lo Stato, in nome del loro “miglior interesse”, può arrivare a sottrarli all’affetto dei propri cari. Così è avvenuto a Vincent Lambert, “conteso” tra la moglie Rachel, che ne voleva la morte, e i genitori Pierre e Viviane che lo volevano in vita. A nulla è valsa, la ripetuta richiesta di questi ultimi, di trasferire il figlio in una struttura diversa dall’ospedale Chu Sébastopole di Reims, dove era ricoverato, perché ricevesse tutte le cure necessarie. Invece Vincent, tetraplegico da undici anni ma non terminale, né dipendente da alcun macchinario, nemmeno per idratarsi ed alimentarsi, non è stato nemmeno sedato. “L’abbiamo sentito gemere più di una volta. Abbiamo il cuore sconvolto”, ha dichiarato la madre Viviane, poco prima della morte.

Secondo l’arcivescovo di Parigi, monsignor Michel Aupetit, “il caso di Lambert è emblematico della società in cui vogliamo vivere” e dimostra che “oggi siamo davanti a una chiara scelta di civiltà: o noi consideriamo gli esseri umani come robot funzionali che possono essere eliminati o rottamati quando non servono più a niente, oppure consideriamo che la peculiarità dell’umano si fonda non sull’utilità di una vita, ma sulla qualità delle relazioni che rivelano l’amore”. “Ancora una volta ci troviamo di fronte a una scelta decisiva: la civiltà dello scarto o la civiltà dell’amore”, aveva aggiunto il presule lo scorso maggio.

Già in altre occasioni, avevamo ricordato che il livello umano di una civiltà si misura in primo luogo in base a come tratta le donne, i bambini*, gli anziani, i malati e, in generale, i deboli. Se, fino a qualche anno fa, il dibattito sull’eutanasia era stato surrettiziamente introdotto con la scusa della presunta “autodeterminazione del paziente” e in nome di un vago concetto di “dignità” del paziente stesso, oggi, sono sempre più i malati che vanno incontro all’abbandono terapeutico, anche contro la propria volontà. In molti casi, è difficile discernere dove sia necessario interrompere le cure, qualora queste producano accanimento terapeutico e peggiorino ulteriormente il quadro clinico. L’alimentazione e l’idratazione, tuttavia, non vanno mai negate. Lo ha ribadito in più occasioni anche papa Francesco: “L’eutanasia e il suicidio assistito sono una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza”, aveva twittato il Santo Padre lo scorso 5 giugno, tornando più volte sul tema fino a pochi giorni fa. Anche le laicissime Nazioni Unite, attraverso la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, erano scese in campo a tutela della vita di Vincent. Tutto questo, purtroppo, non è bastato. Intanto, anche l’Italia si appresta ad affrontare il dibattito sull’eutanasia, con un Parlamento messo sotto scacco dalla Corte Costituzionale a seguito del caso Cappato-Dj Fabo.

La cultura della morte pare davvero inarrestabile, come un fiume in piena che sta tracimando in tutti gli ordinamenti legislativi. Nella difficoltà di rovesciare gli schemi giuridici e l’elefantiaca burocrazia che considera i malati come numeri e pratiche da sbrigare, la luce in fondo al tunnel è rappresentata dall’amore e dalla compassione. La compassione vera, quella che dona la vita, non la morte. L’amore delle famiglie per i loro malati e anche dei medici. Se questi ultimi sapranno stare davvero vicini ai loro pazienti, nessuno di loro chiederà mai l’eutanasia. La “domanda di morte”, ha dichiarato qualche tempo fa Filippo Maria Boscia, presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani, in molti casi è “semplicemente il frutto di un momento di grave angoscia” e di una “richiesta d’amore”. Il desiderio di vivere va rispettato, coltivato e incoraggiato nei confronti di chiunque. Anche quando la vita sembra avere meno valore. Anche quando la vita è ormai al lumicino. E se questo principio vale per chi desidererebbe morire, a maggior ragione dovrebbe valere per quanti la morte non l’hanno mai voluta. Vincent Lambert era uno di questi.

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